Dicono di Me

Bianco in Sanità: Impressioni di un Antropologo

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di Don Sabino M. Palumbieri

Questa riflessione autobiografica – autentica testimonianza di denuncia e di speranza – è come olio bollente. Scorre lieve e scrosta il duro.

Impressioni di un antropologo. La forma è avvincente come la narrazione del suo profondo al tuo profondo, che ne resta avvinto. E ne esci convinto. Attraverso sentieri a volte impervi, superati con tenacia e amore, egli giunge con una precoce maturità ad alture di esperienze che hanno sempre costante la misura-uomo. Con l’età, gli altipiani s’innalzano, come in un’escursione dolomitica, facendo godere panorami umani pennellati più che sviluppati. E questo diventa, col linguaggio dei fatti, giudizio sul disumano, nelle strutture che dovrebbero essere a servizio dell’umano. Lo sfondo è quello sinergico della sensibilità vibratile al dolore e dell’emozione ambientale allo spirito del sacrificio. Ed è proprio questo che trasforma la professione in missione. Alberto Pellè mostra un’attitudine rara nell’individuare i sintomi e nel cogliere il punto di sindrome del malessere del nostro benessere. Lo chiamiamo benessere. Sarebbe da chiamarlo ben-avere. Abbiamo tanti mezzi, appoggi, strumenti. Abbiamo pochi fini, fondamenti, atteggiamenti, già preconizzava Albert Einstein. Bianco rivela, altresì, dosi notevoli di empatia nel dare un nome al bisogno sia del vero “primario” (o primus) – il centro e il fine della struttura sanitaria che è il paziente – sia del suo vero “assistente” (ad-sistens) che gli sta accanto in permanenza che dovrebbe essere l’infermiere. Professione e missione, intelligenza e diligenza, competenza e speranza costituiscono il tessuto interiore del protagonista Bianco. Che si affranca come operatore sociale di oggi libero dentro e perciò bisognoso di simpatia e sostegno per umanizzare il mondo della Sanità. Tempo paradossale il nostro: da una parte l’avanzata della biofilia sul piano della strumentazione – vittorie nella lotta ancestrale a virus e batteri, progresso inarrestabile della chirurgia e biologia molecolare, globalizzazione della ricerca e dei risultati contro le secolari oppressioni bioorganiche – dall’altra l’ombra della necrofilia che si estende sul mondo, nella forma dell’oppressione nel seno materno, oppressione per condanna di popoli sterminati all’endemica fame, al disprezzo per violenza del sistema, nella reazione, alla contro-reazione di armi ABC (atomiche, biologiche, chimiche). Ma la forma più subdola e soffice è la strumentalizzazione della vita dell’indifeso paziente, già alle prese con le sue angosce progredenti e con le sue solitudini interiori, davanti alla eventualità della fine. Il malato è sempre una persona ferita dentro. L’area così delicata del sociale – come quella sanitaria – è gestita oggi come azienda ed è consegnata a logiche di spartizione indegna di benefici partitico-economici. Che hanno come obiettivo la fabbrica di consensi per il consolidamento di poteri, anziché il bene comune. Che è quanto dire il bene della comunità in cui ogni uomo e tutto l’uomo sia trattato da uomo. Specialmente il più indifeso della catena sociale come il povero, il desolato, il malato. Il Codice Ippocrateo e il discorso delle Beatitudini collocano al centro sempre il paziente, sottolineando continuamente che paziente è solo aggettivo. Il sostantivo è l’uomo. È l’uomo che, nonostante tutto, colleziona sconfitte e continua a costruire speranze. Ma queste sono da alimentare col rispetto alla dignità della persona che è una, unica, originale, irripetibile. La persona è sacra e la sua vita è somma. L’obiettivo dell’operatore sanitario a tutti i livelli è la promozione del valore della vita, la lotta contro l’insidia della morte. Giuseppe Moscati sottolineava l’urgenza per chi esercita questa professione-missione, della competenza, della coscienza e dell’esperienza spirituale. La religiosità intesa qui come culto della vita, appunto biofilia, e della sua Fonte è essenziale a chiunque professi il suo impegno di lottare contro ogni insidia di morte e di promuovere ogni soffio di vita. Il codice deontologico degli operatori sanitari dichiara: “l’infermiere, nell’aiutare e sostenere la persona nelle scelte terapeutiche, garantisce le informazioni relative al piano di assistenza”. Orbene, aiutare e sostenere non si può solo con la tecnica. Occorre il coraggio di essere persona per aiutare altre persone umane bisognose di cure integrali: fisico-psico spirituali. Il medico si faccia medicina è il titolo significativo del primo congresso mondiale di psicosomatica. Va detto di ogni operatore sanitario. Per umanizzare le strutture sanitarie urge formare il mondo dei sanitari. La civiltà è nel graduale ma deciso passaggio dalla formula l’uomo su l’uomo a quella dell’uomo per l’uomo. Solo così finisce la preistoria e inizia la storia. Sul cui impegno la generazione contemporanea risponderà al Signore della storia.

Don Sabino M. Palumbieri Docente emerito di Filosofia presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma.